01 / 07
2013

La montagna, uno stato mentale

di Mattia Tami


Foto: Danielle & Oliver Föllmi

Luoghi impervi, quasi inaccessibili, vette gelate o aride che spesso diventano trappole mortali. Le montagne, continuano ad attrarre alpinisti provenienti da ogni angolo del pianeta. Il meccanismo che spinge queste persone a mettere in pericolo la propria vita, talvolta anche consapevolmente, non è del tutto chiaro ed è spesso oggetto di riflessioni e dibattiti. Gli scalatori durante conferenze e simposi, spiegano che adrenalina, avventura, sfida ai propri limiti, rappresentano solo il corollario di un concetto assai più profondo.

Il veri alpinisti, sono amanti della montagna, molto spesso gente semplice, per natura poco incline all’esprimersi in pubblico. Durante i loro racconti, si coglie una certa fatica nel descrivere le avventure vissute. Questa diffidenza non è dovuta unicamente alla natura schiva di queste persone, ma ai momenti vissuti sulle cime, spesso in solitudine o in gruppi ristretti di persone in simbiosi con la montagna. Questi attimi mal si sposano con la brama di cogliere tutte le sfaccettature nutrita dagli spettatori. L’approccio discreto degli oratori nello snocciolare lo stretto necessario, senza auto incensarsi e senza cercare di esaltare le proprie gesta, ci insegna che i veri alpinisti scalano le vette per vivere con la montagna un rapporto speciale. Da questa relazione imparano a conoscere le proprie paure, le proprie ansie e a renderle sentimenti familiari. Questo tipo di rapporto non ha nulla a che vedere con l’alpinismo commerciale, che tralascia l’aspetto mentale della disciplina a favore della cultura del risultato fine a se stesso.

L’uomo da solo, non in lotta con la montagna, ma con lei impegnato in un dialogo profondo.
Reinhold Messner nella definizione di alpinismo.